Yang Erche Namu (con Christine Mathieu) - Il paese delle donne

Il libro è stato pubblicato nel 2003 con il titolo originale di “Leaving Mather Lake” - ovvero “Lasciando il Lago della Madre” - per poi essere tradotto in Italia per Sperling & Kupfer nel 2006. Attualmente è fuori catalogo e si trova soltanto in biblioteca, ma vale la fatica di cercarlo.

E’ la storia autobiografica, raccolta da una antropologa francese, di Yang Erche Namu, cresciuta in un villaggio piuttosto particolare in Cina e che fa parte di una minoranza etnica un po’ particolare, rimasta abbastanza sconosciuta nelle pieghe del tempo e degli studi. Il Lago della Madre è il nome che i villaggi circostanti danno allo specchio d’acqua vicino al quale sono cresciuti, e la Madre è naturalmente la Grande Madre, ma il titolo contiene anche un riferimento alla storia personale della protagonista che a un certo punto della sua vita lascia la sua madre personale - che in quelle tribù  è la capo-famiglia - per avventurarsi nel vasto mondo esterno.

La caratteristica del “villaggio delle donne” (in realtà un gruppo di villaggi collegati tra loro) è una struttura che forse si potrebbe definire matriarcale: la famiglia fa capo a una donna, i figli appartengono al ramo materno e gli uomini sono visti come satelliti intorno alla tribù. 

In realtà i compiti tra uomini e donne sono ben divisi: gli uomini curano i rapporti con l’esterno, allevano gli yak e svolgono i lavori “esterni”, quelli più pesanti. Le donne restano al villaggio, badano alla casa, all’orto e al pollame e piccolo allevamento in generale; fin qui niente di strano, è una tradizionale divisione dei lavori che è durata a lungo anche da noi nelle famiglie contadine.

Lo strano (che poi tanto strano non è e anzi si tratta di un modello che andrebbe esportato perché elimina una bella serie di attriti e tutti i problemi legati alla violenza sulle donne) è che in questi villaggi non è previsto il matrimonio: donne e uomini cambiano partner a loro capriccio e nessuno ci trova niente da ridire o biasima la cosa. Molto rilassante, a pensarci.

Niente matrimonio e convivenza, e il mondo non crolla per questo, anzi tutti sembrano mantenere buoni rapporti reciproci. Naturalmente c’è meno spazio per le malelingue e per gli scandali,  ma che questo sia uno svantaggio è tutto da dimostrare.

Una volta raggiunta l’età fertile, le ragazze hanno una bella camera personale, spaziosa e accogliente, dove accogliere i loro innamorati. Niente impedisce la nascita di legami duraturi, magari destinati a durare tutta la vita, ma il collante che tiene unita una coppia è dato dall’attrazione reciproca. Chi vuole resta insieme per anni o decenni, altrimenti niente impedisce che una donna cambi tutti i partner che vuole, quando vuole e come vuole (o che un uomo chiuda una relazione quando si stufa, naturalmente): avere figli da più padri è normale e tutti vivono, o meglio vivevano, sereni, rilassati e a quel che si capisce discretamente appagati in una bella esistenza armonica bevendo una infinità di tazze di tè al burro (di yak).

C’è molto burro di yak infatti in questo libro, e molte altre caratteristiche della cultura tibetana, tra le quali la religione dei lama e le tracce di culti precedenti legati soprattutto a divinità femminili.

Si parla al passato però perché, in questo mondo chiuso, dove gli unici contatti con l’esterno erano le carovane (di yak) con cui gli uomini andavano a commerciare, e la vita era piuttosto semplice per non dire spartana ma nessuno era miserabile, alla fine ha dovuto aprirsi, volente o nolente, al mondo esterno.

Yang Erche è nata nei primi anni 60. Ogni tanto arrivavano i rappresentanti del governo cinese per azioni di propaganda e anche “educative”, ma non essendoci una economia capitalista da smantellare né un sistema di istruzione tradizionale con lettura e scrittura ma solo una trasmissione orale della cultura non c’era molto da rieducare, e in ogni caso il tè al burro di yak aveva facilmente ragione degli ispettori cinesi che dopo un po’ abbandonavano la partita.

Le cose cambiano dopo la morte di Mao, quando il governo cinese cambia indirizzo, comincia a schedare le minoranze etniche e a studiarle e porta nel mondo esterno qualche esemplare umano particolarmente adatto all’inserimento nella normale vita cinese. Qualcuno dopo è lieto di tornare al villaggio e al burro di yak, ma altri decidono di restare nel mondo esterno. E’ il caso della protagonista, che finisce per ritagliarsi una carriera autonoma come musicista ma decide di lasciare sulla carta la testimonianza di questo mondo conservato quasi intatto nel corso dei secoli.

 

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