Valentina Petri - Portami il diario

Valentina Petri è un’insegnante, giovane ma già carica di esperienza, e insegna ormai da parecchi anni in quella particolare rama di scuola che va sotto il nome di “Istituti Professionali” - che nell’immaginario collettivo è quella non si studia niente, i professori sono torturati e perseguitati e gli alunni sono tutti teppisti (e del resto, è cosa nota che oggi in tutte le scuole di ogni ordine e grado si lavora poco e male e che tutti i giovani d’oggi son teppisti sciagurati e sconsigliati, pigri, amorfi e senza ideali, e dove mai andremo a finire di questo passo, signora mia).

Per molto tempo Valentina ha tenuto un blog dove descriveva in modo assai realistico le sue esperienze di insegnamento (non molto disastrose, in effetti) ed era un blog assai frequentato e apprezzato non solo dagli addetti ai lavori, anche perché era divertentissimo oltre che scritto in modo incantevole. Poi, nel 2017,  ha fatto il salto ed è passata su Facebook, aprendo la pagina “Portami il diario” che al momento conta più di 50.000 lettori, intitolandola al celebre grido dell’insegnante esasperato/a che, su quel diario, si ripromette di scrivere una lunga e salatissima nota di biasimo per poi deprecarne la scarsa efficacia. 

Da qualche tempo tiene anche una rubrica sul Fatto Quotidiano - dove parla di scuola, naturalmente. Infine è stata contattata da qualcuno che lavorava alla Rizzoli e vennero presi accordi per pubblicare un romanzo. 

Cosa mai poteva andare storto?

Nel romanzo niente, certo; ma questo è un anno, come dire, con caratteristiche molto particolari; e così il romanzo, che sarebbe dovuto uscire in quel di Marzo ed essere presentato al pubblico in librerie ed eventi vari è stato rimandato di due mesi, causa totale chiusura delle librerie, e  pubblicizzato con una serie di Presentazioni a Distanza rigorosamente prive di contatto umano - una cosa decisamente frustrante. Nonostante questo le vendite non devono essere però andate malissimo, visto che a una settimana dall'uscita il libro era già in ristampa.

 

Guarda caso, è un libro che parla di scuola, e narra le tribolazioni di una giovane insegnante alle prese con la Terribile Giungla dei Professionali: luoghi terribili dove gli alunni non sempre studiano, non sempre ascoltano le lezioni e non sempre sono disciplinatissimi - insomma, scuole normalissime.

E a ben guardare, più che un libro che parla di scuola è un libro che è assolutamente e completamente accentrato sulla scuola: le pochissime scene ambientate fuori dalla scuola riguardano… uscite scolastiche, avventurose e ricche di colore locale come solo le uscite scolastiche sanno essere, e le convocazioni per l’assegnazione delle supplenze annuali (e anche lì il colore locale non manca davvero. Del resto ho già detto che si tratta di un’autrice realistica, giusto?)

All’interno di una scuola bruttarella assai (cioè una scuola normalissima) oltre che grande e un po’ inquietante, la protagonista, che solo una volta rivela di avere un nome e solo da due accenni vaghissimi apprendiamo essere sposata e madre di una bambina ancora piccola (e a parte questo della sua vita al di fuori delle mura di quell’edificio scolastico non sappiamo assolutamente nulla) vive il suo anno di prova e un po’ addomestica i suoi alunni, e un po’ loro addomesticano lei - come succede regolarmente a scuola.

Insomma, è la cronaca di un normale anno scolastico, detto e non concesso sia mai esistito su questa terra qualcosa di almeno vagamente simile ad un anno scolastico “normale”. Diviso per mesi a loro volta divisi in capitoletti (ma la Rizzoli ha dimenticato di stampare l’indice. Lo aveva composto, però, perché nella versione liquida l’indice esiste), secondo quel classico modello che è il libro Cuore. Narrato dal punto di vista dell’insegnante, che dedica però gran parte della narrazione ad osservare con estrema cura i suoi alunni - perché per un insegnante saper osservare è un po’ sopravvivere.

Tre classi, una settantina di ragazzi. Ma il lettore non rischia affatto di perdersi tra tanti personaggi, perché ogni alunno e ogni insegnante, oltre ad essere descritto con cura, viene anche insignito di un… definirli soprannomi sarebbe riduttivo, perché sono scelti con tale cura e accortezza da fornire già da soli una descrizione efficace - diciamo di un nome fittizio, che però resta impresso a fuoco nella mente del lettore. 

Una valanga di alunni, ognuno con le sue specifiche caratteristiche, nessuno di loro ridotto a una macchietta, e nessuno immobilizzato in un ruolo. Perché questa è la sconcertante caratteristica dei ragazzi in età scolare: non solo ognuno di loro è fatto a modo suo, ma tutti loro cambiano dal giorno alla notte ogni poche settimane. Se li guardi, certo.

La protagonista però non è l’insegnante; e non sono nemmeno i ragazzi, quella meravigliosa schiera di pestiferi alunni uno più adorabile dell’altro.

La protagonista è la Scuola, ovvero quel misterioso meccanismo sempre immutabile e sempre in continuo cambiamento, che cresce e muta aspetto ad ogni istante, come quelle figure mitologiche che danzano e sotto i loro piedi nasce e rinasce il mondo. Insomma, la scuola vera, quella che tutti conosciamo e nessuno ha mai davvero capito perché è incomprensibile e pure inconoscibile.

 

Esistono molti romanzi ambientati a scuola, per ragazzi e per adulti. Ce ne sono di didascalici, di avventurosi, di saccenti, di boriosi, di missionari. Quelli per ragazzi talvolta possono essere molto buoni. Quelli per adulti di solito suonano falsi come la proverbiale moneta da tre euro perché sono molto preoccupati di dare un senso e di trasmettere un messaggio. La scuola è buona o cattiva? È repressiva o maestra di vita? Gli adulti sanno porsi come modelli o sono in realtà più cattivi degli scolari? E soprattutto, qual è il modo giusto di portare avanti il discorso? E tutto ciò non solo non ha molto senso, ma è spesso anche incomparabilmente noioso.

 

Siamo piene di storie in cui intrepidi e carismatici insegnanti affrontano con consumata abilità classi turbolente e intrattabili, instradandole sulla retta via, e risvegliale dal sonno primordiale della noia riportandole a nuova vita; e parimenti abbondiamo di storie dove impavidi alunni affrontano valorosamente insegnanti crudeli sconfiggendoli lealmente e talvolta eroicamente oppure infondono nuova linfa ed entusiasmo in insegnanti disillusi e abbrutiti. 

Tutto ciò è molto gratificante da leggere o da veder raccontato su pellicola ma la scuola è un meccanismo molto più complicato di così. La scuola è una centrale atomica in continua ebollizione. La scuola è un processo alchemico di perenne trasformazione che a volte produce piombo, a volte oro, a volte quegli strani composti chimici che non sono né piombo né oro ma sono utilissimi per cose del tutto imprevedibili e che devono ancora essere inventate. La scuola va come gli pare, perché si tratta di qualcosa che è composto da esseri umani, ognuno dei quali funziona a modo suo; e questo vale sia per gli alunni che per gli insegnanti (ma sarebbe il caso di ricordare che il processo riguarda anche molti custodi e perfino qualche preside).

Valentina Petri ha scelto di raccontare quella scuola, perché è l'unica che conosce e che le sembra valga la pena di raccontare. Non ci sono ragazzi sbagliati da redimere, campioni da esaltare o modelli sociali da discutere, solo un vasto campionario di umanità a tratti decisamente incomprensibile e di cui è difficile capire l'esito a meno che tu non sia Dio nel suo massimo fulgore. Nelle quattrocento e passa pagine (senza indice) di “Portami il diario” c’è la scuola vera, in tutta la sua disperante imprevedibilità, nella sua incredibile capacità di farsi male e guarirsi da sola, nella sua più pura e incomprensibile realtà, al di là delle apparenze e delle frasi fatte con cui viene troppo spesso definita dimenticando che solo in piccola parte è un meccanismo controllabile e conoscibile.

 

In conclusione, un libro altamente consigliato a chi lavora nella scuola, a chi frequenta la scuola, a chi con la scuola ha avuto a che fare almeno qualche volta nella sua vita ma anche a chi della scuola se ne frega nel più completo, totale e assoluto dei modi: un libro dove c'è molto da imparare ma anche parecchio da divertirsi, che può essere gustato leggendolo in un paio di giorni oppure un po’ per volta o spelluzzicato senza preoccuparsi troppo di seguire l’ordine dei capitoli.

Un libro, ahimé, che sarebbe stato davvero adatto ad essere letto nel corso della lunga e cupa quarantena appena passata. Ma funziona bene anche così.

 

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