Fernando Aramburu - Patria - Recensione di Silvia Cioni

Pubblicato in Spagna nel 2016 e tradotto per Guanda nel 2017, il romanzo ha dato fama internazionale al suo autore ed è diventato un best seller in molti paesi.

Racconta gli anni dell’ETA in Spagna visti dalla prospettiva della gente comune di Euzkadi, la zona basca - quelli insomma per cui l’ETA era un elemento della vita quotidiana del tutto inevitabile ma che non necessariamente erano troppo entusiasti della lotta irredentista.

Fondata nel 1958, l’ETA era un movimento nazionalista che si proponeva di raggiungere l’indipendenza dei Paesi Baschi (Euzkadi, nella lingua basca) dal governo spagnolo autoritario di Franco. A partire dalla metà degli anni Sessanta fino al 2011 questa finalità veniva perseguita anche e soprattutto attraverso la lotta armata - ed era infatti ritenuta una associazione terrorista da diversi stati e soprattutto dal governo spagnolo, che cercava di perseguitarla in ogni modo.

All’interno dei Paesi Baschi, dove era in atto un processo irredentista che aveva portato anche al recupero della lingua e letteratura basca, l’ETA era una realtà con cui ogni abitante, anche il più pacifico e qualunquista, era tenuto a fare i conti - letteralmente, perché il movimento veniva finanziato soprattutto con contributi “volontari” dei baschi più benestanti, e non era affatto semplice rifiutarsi di collaborare perché le conseguenze potevano essere letali.

In questo meccanismo possono naturalmente verificarsi errori ed equivoci, ed è proprio in uno di questi che incappa Txato, modesto imprenditore proprietario di una officina, cui viene chiesta una cifra eccessiva che lui, semplicemente, non può pagare.

La sua uccisione innescherà così un curioso meccanismo che impedirà alla cittadina cui apparteneva di manifestare solidarietà per la vittima - anzi, viene spiegato più volte alla moglie e alla sua famiglia come debbano evitare ogni vistosa manifestazione di lutto, e addirittura ogni manifestazione di lutto in generale, perché verrebbe potrebbe essere vista come “una provocazione”. 

La piccola comunità non si stringe intorno alla famiglia della vittima, anzi la evita con cura. Perfino gli amici più cari di Txato e della moglie troncano i rapporti ed evitano financo di salutare la vedova e i figli, tanto che questi preferiscono lasciare la zona piuttosto che restare dove la loro semplice presenza è vista come un insulto al corretto vivere.

Il romanzo si incentra principalmente sui rapporti (e più avanti sulla scomparsa dei rapporti) tra la famiglia di Txato, la vittima, e quella di Joxian, dove uno dei figli ha abbracciato una posizione decisamente militante a favore dell’ETA. 

Le due famiglie sono da sempre legatissime: non solo Txato e Joxian sono grandi amici dalla notte dei tempi, ma anche le due mogli, Bittori e Miren sono legatissime sin dell’adolescenza. I figli delle coppie, che per molti anni sono cresciuti insieme, mostrano notevoli difficoltà ad accettare la frattura. Dispersi per tutta la Spagna dai casi della vita - matrimoni, studi, militanza, lavoro -  saranno alla fine proprio loro a ristabilire, almeno in parte, rapporti amichevoli ai giorni nostri, quando il caso li riavvicina.

Il romanzo, che si snoda attraverso differenti assi temporali, dalla giovinezza delle due coppie  alla morte di Txtato agli anni del presente, usa una particolare tecnica di scavo che permette di spiegare molto chiaramente la situazione dei vari protagonisti, cucchiaiata dopo cucchiaiata, con una chiarezza e una abbondanza di dettagli che un semplice svolgimento cronologico non avrebbe reso possibile. 

Molto ben scritto e soprattutto ben narrato si legge con grande facilità nonostante la discreta mole (oltre 600 pagine) e il gran numero di personaggi e permette di conoscere un pezzo di storia d’Europa che fuori dalla Spagna è rimasto abbastanza ignoto, anche e soprattutto per colpa della dittatura franchista.


 

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