Nessuna traccia - di Renato Campinoti

Autore del testo
Renato Campinoti

Nessuna traccia

 

 

Ammar ha compiuto ieri i suoi primi sedici anni. Sta percorrendo le strade di Palmira nella parte della città dove ancora domina l’Isis. E’ alla ricerca del padre che non vede da alcuni giorni e la cui scomparsa ha gettato nella disperazione l’intera famiglia, cioè lui, la sorellina di dieci anni e sua madre. Tutti abitano nell’altra parte della città, vicino ai resti meravigliosi che la città conserva e che le forze governative, sostenute dai loro alleati, sono riuscite a strappare ai ribelli.

Ammar è infelice ed è convinto che tutto quello che gli succede dipende dal fatto che lui non è capace di fare qualcosa di importante. Nessuno si è accorto della sua presenza, neppure ora che è entrato in una zona vietata a quelli che non hanno il permesso di frequentarla. Ma forse si sbaglia. Qualcuno lo ha visto e gli sta venendo incontro. Si, quell’uomo con una folta barba nera e una mitraglietta in mano si sta dirigendo proprio verso di lui.

“Ciao, come ti chiami”, gli chiede quell’uomo appena lo ha raggiunto.

“Ammar, mi chiamo Ammar e sono qui perché sto cercando mio padre che è scomparso da casa da alcuni giorni e non abbiamo avuto più notizie…”. L’uomo con la barba lo guarda attentamente, poi gli chiede chi è suo padre, come si chiama, dove abitava prima di non farsi più vedere.

“Abitava con noi, mia madre  e la mia sorellina, la sua famiglia, nell’altra parte della città. Si chiama Faisal, è un dipendente di una importante azienda petrolifera. Negli ultimi tempi si faceva vedere sempre meno in casa. Mi manca tanto…l’hai visto?”

“Si, credo di aver capito chi è tuo padre. E posso dirti che devi essere orgoglioso di lui. Si è comportato come un eroe della guerra santa…”

“Che vuol dire? Allora…allora…”, Ammar ha paura di aver capito quello che quell’uomo gli sta dicendo e non ha la forza di andare avanti.

“Tuo padre non ha avuto esitazioni ed ha scelto di stare dalla parte dell’Islam, contro gli infedeli che vorrebbero renderci loro servi. Ci parlava spesso dei suoi figli. Era orgoglioso di voi. Di sicuro sarebbe felice, lassù in cielo da Maometto dove si trova ora, di sapere che anche tu sei disposto a darci una mano. Soprattutto ora che gli infedeli vorrebbero cacciarci definitivamente da questa città.”

Mentre diceva queste parole, l’uomo accarezzava la testa del ragazzo che aveva iniziato a piangere e non sapeva bene come  comportarsi. Da una parte c’erano la mamma e la sorellina che l’aspettavano a casa e alle quali avrebbe dato un grande dolore raccontando della morte del  padre. Qui c’era quest’uomo che sembrava invitarlo a fare qualcosa che non capiva bene ma che lo avrebbe potuto riscattare da quello stato di passività in cui sentiva di trovarsi.

“Che vuoi dire? Che potrei fare per dare una mano?”, si decise a domandare.

“Ho una cosa da fare che si adatterebbe benissimo a te. Ma ho paura che tu non sia ancora pronto…”

“Tu dimmi di cosa si tratta…poi te lo dico io se sono pronto”

“Si tratta di fare quello che tuo padre ha avuto il coraggio di fare”, mentì quell’uomo.

“Cioè?”, chiese il ragazzo

“Tuo padre si è imbottito di dinamite, è andato al mercato dove si trovava una numerosa folla di fedeli del falso Maometto e si è lasciato esplodere, facendo più vittime lui di quante ne potrebbe fare un bombardamento. E guadagnandosi così il titolo di eroe e un posto al fianco del Profeta nel cielo.”

Ammar sentì un brivido percorrergli la schiena al pensiero di quello che era successo a suo padre e, al tempo stesso, perché poteva finalmente dimostrare che anche lui era in grado i fare qualcosa di importante in quel caos che era diventata la città dove era nato e cresciuto finora.

Così finì per aderire alle proposte di quell’uomo, che lo portò con sé (“per un breve periodo di addestramento e per far maturare l’eroe che è in te”), lo destinò ad una missione suicida nella zona liberata dai governativi e, dopo una decina di giorni, Ammar si trovò fasciato nella cintura del kamikaze, nei pressi del mercato della zona dove abitavano i suoi, pronto a tirare la levetta che avrebbe provocato una carneficina.

 

Contrariamente a quello che si sarebbe aspettato, i due corpi diafani che gli si avvicinarono mentre saliva in alto dopo lo strazio tremendo che aveva provocato, non erano arabi e non provenivano di certo da quel mercato.

Il più vicino era un giovane, che disse di provenire dall’Italia, da una città bellissima, Firenze, che si chiamava Simone, che aveva i suoi stessi anni e che era morto quasi nello stesso istante, come ebbe modo di constatare, in cui Amman aveva fatto esplodere la sua cintura.

L’altro corpo apparteneva ad una ragazza, di non più di un anno più grande dei due giovani, che il ragazzo italiano riconobbe immediatamente per averla vista mille volte, negli ultimi mesi, in tv e su youtube, con ancora nelle orecchie i motivi mandati e rimandati dalle radio e da tutti i mezzi di comunicazione. Solo qualche gruppo storico e, forse, uno o due nuovi gruppi potevano dire di stare al suo pari in quanto a successo ed ascolti negli ultimi tempi.

Perfino Amman, che pure era stato costretto a vivere in una città martoriata continuamente dalla guerra negli ultimi due o tre anni, riconobbe in quella ragazza un’eroina delle star della canzone occidentale.

I due giovani si affrettarono a raggiungere la ragazza e, accortisi tutte e tre che non subivano l’effetto della gravità terrestre, si disposero in cerchio per raccontare ciascuno la sua storia.

 

Ammar fu il primo che raccontò per filo e per segno quello che gli era capitato e di come, quando arrivò ad indossare la cintura del kamikaze e ad avvicinarsi al mercato dove si sarebbe fatto esplodere, lo prese un sentimento insieme di orgoglio e di angoscia. Sentiva che stava per uscire da quel senso di inutilità e di frustrazione in  cui era caduto da un po’ di tempo. Tutti, come era avvenuto, avrebbero saputo che Amman non era un ragazzo insignificante e inutile in quel gran caos che era diventata la loro città in quel periodo. Amman era uno capace di fare una cosa grande  e terribile!  Al tempo stesso avrebbe voluto riflettere di più su quello che stava per fare, per la vita cui rinunciava ma anche per le persone che si apprestava ad uccidere e che non erano poi tanto diverse da sua madre e sua sorella. E poi, davvero suo padre, che spendeva sempre parole negative per quelli come l’uomo che l’aveva fermato, si era lasciato convincere a fare quello che aveva fatto?

Ma ormai era fatta e non restava che dare un’occhiata, giù, al vecchio mondo, prima che tutto, loro compresi, svanisse nel nulla.

Prima però Ammar volle sapere la storia di Simone e cosa l’aveva portato, nel suo stesso momento, ad abbandonare il mondo e a  trovarsi ora lì con loro.

 

Simone frequentava con un certo profitto la terza classe del liceo scientifico nella prima periferia della città di Firenze, dove i suoi erano venuti ad abitare dal Valdarno, dove era nato e frequentato le scuole elementari, per un trasferimento del lavoro del padre, cresciuto di ruolo (e anche di tempo!) in una grossa impresa del settore della moda.

Fino a pochi mesi prima la sua vita scorreva normale, senza troppi alti né bassi, nella routine insomma. Poi erano cominciati quei malesseri che lo prendevano quando sentiva il desiderio di avvicinare una ragazza che gli piaceva, quando si apprestava a farsi avanti per partecipare alle serate in discoteca che gli altri ragazzi organizzavano. Quando voleva rispondere lui alle domande che conosceva bene che il professore rivolgeva a tutta la classe. Voleva farle lui tutte quelle cose. Ma non trovava mai il coraggio di farsi avanti. Si sottraeva perfino dagli sguardi di qualche ragazzina più avanti di lui in quanto a sfacciataggine ed esperienza e preferiva appartarsi per non farsi dare del codardo dagli altri ragazzi che lo vedevano comportarsi così. Insomma, aveva perso fiducia in se stesso e cercava un modo per recuperarla. Così era troppo doloroso e qualunque cosa che avesse dovuto fare per essere di nuovo lui, con le nuove sfide e i nuovi obiettivi che la vita gli poneva davanti, era disposto a farla.

Così, più si allontanava dagli amici in carne ed ossa, più ne trovava di virtuali con cui passava oramai tanta parte del suo tempo.

“Fino a che un giorno mi imbattei in lui, un “amministratore”, come si fanno chiamare quelli che gestiscono il gioco della “Balena Blu” o “Blue Whale”, come ora viene chiamato da tutti.

All’inizio, quando cominci il percorso delle cinquanta mosse che ti porteranno a disprezzare la vita e ad amare la morte, ti senti un altro. Ti ritrovi  a dare un senso a molte cose che finora ti sembravano inutili. Anche il dolore che ti provoca tatuarti con un coltello il simbolo della balena su una coscia, facendoti sanguinare come un maiale, ti fa sentire forte come non sei più stato da tanto tempo. Poi, mano mano che il gioco avanza, se riesci a nascondere ai genitori e agli amici le ferite che ti vai facendo in ogni parte del corpo, cominci ad entrare in uno stato di apatia per la vita e cerchi qualunque cosa ti avvicini sempre più alla tua meta finale. Fino a volare nel vuoto e a sfracellarti su un marciapiede come è capitato a me proprio mentre tu, Ammar, ti facevi esplodere in quel mercato.”

Simone ha finito e sta piangendo. Avrebbe una gran voglia di gettare uno sguardo verso terra, verso casa sua, per vedere che faccia avrà fatto suo padre che, preso com’era dal suo lavoro, non si era preoccupato di sapere se quelle fasciature sulle braccia del figlio erano davvero frutto di una brutta caduta con la bici nel cortile di casa. E sua madre, che, nella frenesia di tenere in ordine la casa, badare molto alla sua toilette e frequentare le nuove amiche che aveva trovato in quella bella  città (come raccontava ogni sera che rientrava giusto per l’ora di cena), non si curava neppure di  fargli qualche domanda sulla solitudine in cui era caduto e sulle tante ore che passava al computer chiuso nella sua cameretta.

Ma prima sia lui che Ammar sono molto curiosi di sapere per quale ragione quella brava e famosissima giovane cantante si trovi lì con loro.

 

Il suo nome è Mirian Seventy, ma tutti la identificano come la giovane sostituta di Amy Winehouse, con una voce bellissima e una capacità interpretativa in grado di commuovere platee di migliaia e migliaia di teenagers. E’ nata a Londra, nella zona Est della città, quella più popolare e dove si mescolano persone di razze e origini diversissime, tutte da tempo nell’anagrafe della città. Da quelle parti lo slogan “vivi e lascia vivere” è sicuramente il più apprezzato, anche se poi lo sport preferito è quello di sopravanzare il vicino di casa, per il reddito, per il successo della tua squadra del cuore (l’Arsenal, di solito), per la capacità di ingraziarti qualche amico importante.

Miriam era cresciuta lì fino al compimento delle scuole medie, senza infamia e senza lode, respirando il clima popolare e la voglia di affermazione tipica di quella parte della città.

Poi, ai quattordici anni, tutti si erano resi conto del tesoro che la ragazzina coltivava nella sua voce. I genitori, incoraggiati anche dagli stessi insegnanti, l’avevano portata da una maestra di canto che, presto, l’avrebbe indirizzata da un personaggio di quelli che possono fare la fortuna o la sfortuna di chi si ritiene un cantante. Fatto sta che quell’uomo ci mise un nanosecondo a capire con cosa aveva a che fare e, dopo pochi mesi di addestramento, la lanciò sul grande palcoscenico della musica per i giovanissimi. Dapprima canta le canzoni degli altri cantanti, di Amy Winehouse in particolare, poi le vengono presentati personaggi che scrivevano testi solo per lei. Blandita da tutti, viene poi sempre più spinta, quasi obbligata a ritmi di vita poco adatti anche per un adulto. Tutti sono interessati, nel vero  senso della parola, ai suoi successi e ai suoi incassi. I genitori, inebriati dal successo della figlia, sanno solo ringraziare quei personaggi che girano intorno e che sono, anche ai loro occhi, i veri artefici della fortuna artistica ed economica della giovane. La cui vita cambia radicalmente. Si trova addirittura a non avere una sua vita, se non quella regolata da un’agenda sempre più piena di impegni e dalle continue sfide per rimanere ai vertici della categoria. Il successo, imparerà a sue spese, va e viene,quasi a giorni alterni e occorre una carattere di ferro per non farsi prendere dal morbo della depressione. Lei quel carattere non cel’ha. Si sente in un vicolo cieco e non sa come uscirne. Rifiuta le droghe che circolano in abbondanza in quegli ambienti. “Ne ho visti morire troppi di quella robaccia”, dirà a coloro che quasi la incoraggiano su quella strada.

“Il successo, tuttavia, è peggio della droga. Ti esalta quando ti sembra di aver toccato l’apice. Ti uccide quando sei convinta di aver perso posizioni. E’ una gabbia dalla quale non sai più come uscire, come fare a tornare alla vita normale. E stai male come una bestia. Non sai cosa fare.

Poi pensi a tanti altri giovani, a Jim, a Court, a Amy e decidi che c’è una sola strada per sfuggire al successo che ti sta uccidendo. Farlo da sola. Loro, quelli che mi sono venuti a cercare nelle notti della mia sofferenza, l’hanno fatto con la droga. Io l’ho fatto gettandomi dal grattacielo più alto della nuova città di Londra, dove prima c’erano i Docks e ora ci sono le sedi di molti giornali, da una sede dei quali ho fatto il mio volo verso il nulla, lontana dalla prigione in cui era finita la mia vita.”

 

Ora i tre giovani possono finalmente dare un’occhiata in basso.

Vedono il padre di Ammar che rientra a casa dalla missione che la ditta gli ha chiesto di tenere segreta per controllare la produzione dei pozzi dei concorrenti in quelle parti della Siria liberate dall’Isis. Il padre si dispera con la madre e le rimprovera di aver permesso a suo figlio di recarsi in quella parte della città dominata dalle forze del male, come le chiama. La mamma non riesce a dirgli niente. Il suo dolore è troppo grande. Alza gli occhi al cielo e sembra parlare al figlio. “Di questa vita non so più cosa farmene…penso che presto ti raggiungerò Ammar”.

La madre di Simone ha passato su quel marciapiede il tempo necessario ad aspettare che l’ambulanza trasportasse il corpo del ragazzo all’obitorio. Poi, piangendo calde lacrime, forse più di delusione che di dolore, ha deciso che la sua vita non può che continuare, magari lontano da quell’uomo che non ama più da tempo e che non è presente neppure ora, lontano per lavoro.

I genitori di Mirian, piagnucolando, stanno rilasciando interviste a tutte le televisioni del Regno, mostrando la loro incredulità per l’accaduto e ripetendo che, se solo la figlia si fosse confidata con loro, avrebbe trovato tutta la comprensione e l’affetto che solo i genitori sanno dare.

 

I tre ragazzi si rendono conto che hanno parlato la stessa lingua e che hanno vissuto più o meno lo stesso tempo laggiù sulla terra.

Ora tutto, là sotto, sta cominciando a svanire. Forse anche loro sono destinati a perdersi in quella strana atmosfera.

Ammar li invita a prendersi tutti e tre per mano e chiede a Mirian di cantare per loro quella bellissima canzone che qualcuno ha scritto per lei e che ha commosso tantissimi ragazzi di tutto il mondo.

“Quella”, dice Ammar agli altri,”che comincia così: Sometime my life is so happy…

E mentre Mirian, sommessamente, intona la più bella voce di cui è capace, i loro contorni cominciano a svanire fino a non lasciare più nessuna traccia.

 

 

 

 

 

Renato Campinoti Sesto Fiorentino 07/06/2017

 

 

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Sinossi
I personaggi di questa storia si intrecciano, le loro storie - pur diverse - ci parlano delle mille sfumature della vita