Errata corrige, bastardo! di Renato Campinoti

Autore del testo
Renato Campinoti

“Errata corrige, bastardo”

 

 

Quando vide il nome sul cellulare, Caterina, poliziotta addetta ai crimini contro le donne, i minori e le persone più fragili, capì che forse stava finalmente arrivando la notizia che aspettava da giorni.

Nonostante il pancione di quasi sette mesi che, dopo quattro anni di matrimonio, l’appesantiva non poco, riuscì ad alzarsi dalla scrivania e a portarsi vicino alla finestra dell’ufficio per ascoltare con attenzione la comunicazione che le fu inviata.

“Brutti bastardi!”, inveì prima di interrompere la conversazione.

Ancora una volta in quell’istituto per anziani c’era chi praticava esose forme di maltrattamento, al limite della violenza vera e propria, verso gli anziani che vi erano ricoverati. Naturalmente chi praticava simili forme di abuso agiva nell’ombra ed era difficile trovare le prove da esibire al giudice per far aprire un vero e proprio procedimento.

“Stai attenta Caterina”, l’aveva messa in guardia Giovanni, suo marito, anche lui poliziotto impegnato nell’attività di contrasto alla malavita nella Questura di Firenze, “questa è gente potente e pericolosa…ci siamo scornati altre volte contro questo tipo di personaggi, non lo dimenticare…soprattutto ora che sei in quello stato”.

Caterina, sorreggendo il pancione, che cominciava a pesarle non poco, per alzarsi dalla sedia, iniziò a camminare di passo svelto davanti alla scrivania e finì per infilarsi nella stanzetta di Giovanni e dell’altro poliziotto, Giuseppe, al momento fuori turno.

“Senti Giovanni, una vicenda come questa non la sopporto! Possibile che un ragazzino, improvvisatosi cronista, riesca a scucire fior di dichiarazioni a qualche ospite mascherandosi da nipotino in visita e noi, la Polizia, lo Stato, si rimanga con le mani in mano?…Guarda qui!” E Caterina apre il  giornale alla cronaca locale fino a rintracciare quel pezzo, per la verità con poco risalto e senza alcun corredo fotografico, nel quale un ospite dell’istituto, in forma anonima, sembra lanciare un grido d’aiuto per le condizioni in cui vengono tenuti gli anziani in quella struttura confinata alla estrema periferia della città.

“Il mangiare è pessimo, soprattutto è ripetitivo, sempre le stesse cose lesse e un po’ di pasta scotta…non si fa quasi per niente movimento…quasi sempre nelle camerette come malati…guai a lamentarsi che si rischia di buscarle…” Alla richiesta del cronista di essere più preciso su ciò che accade a chi non rispetta gli ordini, il nostro interlocutore pare preso da un improvviso momento di paura e si rifiuta di continuare la conversazione, pregandomi ovviamente di non fare il suo nome. Così finisco per dovermi allontanare da questa specie di ghetto per anziani senza potere andare più a fondo sulla reale situazione in cui vengono tenuti questi vecchietti. Nessuno del resto si fa avanti e io non posso intrattenermi direttamente con altri essendomi qualificato come il nipotino dell’anziano con cui ho parlato finora. Mentre mi avvio verso l’uscita noto  un vecchietto, a occhio di quelli sulla novantina, che mi fissa come per richiamare la mia attenzione .Mi soffermo per un saluto e lui, facendo conto di baciarmi sulla guancia, mi sussurra all’orecchio: “non si  faccia illusioni…c’è gente potente dietro queste catapecchie”. Il vecchio ritorna silente e abbassa lo sguardo. Io, sollecitato dalla signora che mi ha accolto, mi avvio verso l’uscita.

“Francamente non l’avevo nemmeno notato quell’articolo”, le dice il marito. “Tu piuttosto”, gli viene di chiederle, “come hai fatto a scovarlo, relegato in mezzo al giornale, nell’angolo in basso?”

“Mi ha chiamato poco fa il giovane cronista che riesce a pubblicare solo pezzi che fanno davvero notizia”.

“Se lo ritieni utile”, si azzarda a suggerirle Giovanni anche per calmarla un po’, “potresti provare a rintracciare qualche familiare di questi anziani e metterli in guardia sulla situazione”.

“Già fatto!”

“E che ti hanno risposto?”

“Tutti dicono che hanno problemi di lavoro, di impegni con i nipoti, con le loro abitudini ecc. Nessuno che sia disposto a raccogliere la denuncia delle pessime condizioni in cui i loro vecchi vengono tenuti”.

“Come vedi”, tira le somme Giovanni, “non c’è proprio niente da fare… non troverai un giudice disposto ad aprire un procedimento verso i gestori di quella struttura senza una denuncia circostanziata della situazione”.

“ A meno che…”, se ne esce Caterina con un sorrisino furbo sulla faccia.

“A meno che?”, domanda un po’ preoccupato Giovanni.

“A meno che qualcuno non li colga sul fatto…”

Caterina si accinse ad alzare la cornetta del telefono.

“Chi chiami?”, le domanda Giovanni

“La mia amica Cesira, a Novoli”.

 

“Scusa Caterina”, domanda Cesira appena letto il giornale e ascoltate le notizie più precise che la giovane poliziotta aveva aggiunto, “ma non potreste fare come quello che si è visto in tv? Una bella telecamera nascosta e appena quelli maltrattano gli ospiti si interviene, con tutto quello che ne consegue”

“Sembra facile, cara la mia Cesira!”, le risponde Caterina prendendole le mani e fissandola negli occhi come fosse davvero la nonna che non ha fatto in tempo a conoscere. Poi continua: “Intanto quella non è una scuola o un ufficio pubblico che, di notte, resta vuoto e la polizia può intervenire non vista a piazzare gli strumenti. E poi, lo dice anche il giovane giornalista, i proprietari di queste strutture sono persone di potere. Senza prove e denunce, a cominciare dai familiari, è difficile trovare un giudice disposto a permettere l’apertura di un procedimento. Pensa che prima di venire da te mi ha telefonato quel giovane giornalista e mi ha raccontato che è stato chiamato dal suo capo redattore che gli ha detto che doveva cambiare versione, il giorno dopo, al servizio sulla casa di riposo. Alla sua domanda sul perché doveva comportarsi così, gli è stato risposto che qualcuno aveva telefonato al Direttore, minacciando di togliere un bel pacchetto di pubblicità. “Con i tempi che corrono per la carta stampata!”, aveva aggiunto il suo capo. “E io che cosa scrivo per motivare un pezzo di rettifica?”, si era azzardato a domandare il giovane. “Errata Corrige, coglione!”

La caffettiera che prontamente Cesira aveva messo sul fuoco fa sentire il suo borbottio. Mentre si accingono a versare il caffè nelle tazzine, le due donne rimangono mute, entrambe pensando a come dare una smossa a quella vicenda.

“La cosa che più mi fa tristezza”, si decide a rompere il silenzio Cesira, “è l’ipocrisia dei parenti di questi anziani. Non hanno il coraggio di guardare fino in fondo alla situazione dei loro parenti, spesso i loro genitori, perché temono che così sarebbero costretti a riportarli nelle loro case e doversene occupare. Spero proprio che mia figlia e mio genero non si comportino così se dovesse capitare a me…”

“Sono sicura che ti vogliano più bene di quello che puoi sapere e non permetterebbero mai che qualcuno ti maltratti. In ogni caso ci siamo anche noi a pensare a te”, dice Caterina toccandosi il pancione.

“Anche lì dentro c’è una femminuccia, vero?”, domanda la vecchietta, un po’ commossa dalla piega che ha preso la conversazione.

“Certo! Con noi donne non ce ne è per nessuno”

“Già”, conferma Cesira. Poi chiede a Caterina quanto tempo c’è al felice evento.

“Due mesi, più o meno…perché?

“Perché…” risponde la nonna, “mi è venuta un’idea per andare più a fondo con questa gentaccia”.

 

Mentre guida la macchina di servizio verso la Questura, Caterina ripensa più volte alle cose che le ha detto Cesira e a quella specie di piano strategico che hanno finito per concordare insieme. Anche se, lei è stata chiara con quella meravigliosa vecchietta, prima di fare qualsiasi mossa occorre avere l’assenso del suo superiore, il vicequestore Antonio Martelli, che già altre volte l’aveva coperta quando capiva che la sua poliziotta era sulle tracce dei malfattori. E poi Martelli aveva un debole per Caterina. No, non nel senso del rapporto uomo-donna. Non che non vedesse la bellezza sfrontata e la femminilità che, anche ingenuamente, quella giovane poliziotta riusciva a spandere per tutta la caserma. Martelli non era uno che perdeva la testa tanto facilmente per le donne. Ora poi che con Marta, la collega del RIS di cui si era innamorato e con la quale, dopo il disastro del suo matrimonio, stava ricostruendo felicemente una nuova famiglia che non era certo disposto a mettere a rischio. Tanto più che in quella famiglia allargata  c’era posto anche per Giulia, sua figlia, ormai vicina ai diciotto anni, la quale, vivendo più a lungo con lui e la sua nuova compagna, sembrava aver ritrovato davvero quella serenità che aveva rischiato di smarrire qualche anno prima.

Tutto questo non impediva a Martelli di vedere l’intelligenza vivace e l’intuito da vera poliziotta che Caterina sicuramente possedeva e che si esaltava ancora di più di fronte ai crimini esercitati  contro le donne, i ragazzini, gli anziani, le persone più fragili insomma che più di tutte, così pensava Caterina, era dovere dello Stato proteggere.

“Certo che lo devi informare il tuo Capo”, le aveva risposto Cesira quando era stata avvertita di quella necessità. “Tra l’altro mi pare tanto una brava persona, per quello che mi hai detto più volte. Magari, ti raccomando di ricordargli quella storia di Ulisse e del cavallo. E da lì che mi è venuta l’idea”. E allo sguardo meravigliato e pieno di interrogativi di Caterina, la vecchietta aveva continuato: “Si, insomma, se non si riesce a prenderli d’assedio da fuori facciamo come Ulisse…ci infiliamo dentro e cerchiamo di coglierli di sorpresa”.

“Già! E con tua figlia come farai?”, le aveva chiesto a quel punto la giovane poliziotta.

“Con lei non sarà un grosso problema. Sa bene che quando mi metto in testa una cosa non c’è niente fare. Soprattutto se, come in questo  caso, la giudico una cosa giusta da fare. Semmai sarà più dura con suo marito. Chissà perché è convinto che le persone anziane se ne debbano stare buone in casa, più  ferme possibili. Secondo lui siamo fragili come grissini. Ma in questa faccenda conta il giusto. L’ultima parola spetta a me e mia figlia. Punto!”. E disse queste ultime parola con molta fermezza e decisione. Lasciando a Caterina l’incombenza di convincere Martelli a lasciar loro fare la cosa che avevano pensato.

 

“Se la cosa riguardasse solo te, potrei anche chiudere un occhio. In fondo sei una poliziotta e conosci i rischi del mestiere. Per la verità ora come ora nel tuo stato faresti meglio a prenderti il congedo che ti spetta tra qualche giorno e pensare alla bellissima bambina che porti lì dentro”, le disse in prima battuta il vicequestore dopo che le lei le aveva illustrato il piano concordato con Cesira.

“E’ quello che farò, Capo. Appena compiuta questa missione. Questione di giorni, non di mesi! E non andrei in congedo tranquilla se prima non abbiamo messo un po’ di fuoco nelle parti basse di questi mascalzoni. Diciamo che lo voglio fare anche per Ipazia.”

“Ipazia? E chi sarebbe?”, sgranò gli occhi Martelli

“Ipazia è lei”, rispose Caterina, puntando l’indice verso il suo pancione.

A Martelli venne in mente qualcosa di quella “scienziata” dell’antichità che, ad Alessandria d’Egitto, finì lapidata dagli uomini che non vollero accettare la sua superiorità culturale.

“E Giovanni è d’accordo su questo nome?”

“All’inizio non molto”

“Poi?”

“Poi se ne è fatto una ragione”.

Martelli capì l’antifona e si limitò a raccomandare alla sua bella poliziotta di essere prudente e di informarlo continuamente.

“A proposito”, volle aggiungere mentre Caterina stava trascinando il pancione verso la porta, “Alle attrezzature di cui c’è bisogno, registratore…telecamera, ci pensi tu?”

“Non si preoccupi Capo. Nel cellulare di cui ho dotato Cesira quelle funzioni ci sono tutte”, rispose Caterina, lasciando Martelli a riflettere su quanta acqua era passata sotto i ponti da quando (poco più di un decennio prima) dovevano usare cerotti e filamenti vari per nascondere quelle attrezzature addosso agli addetti allo spionaggio.

 

Alla figlia che accompagnò Cesira in quella struttura per un breve periodo di ricovero mentre la famiglia andava in vacanza (come dissero all’accettazione) fu richiesto un anticipo del pagamento (che Cesira aveva tolto dai propri risparmi) e le fu fatta firmare una liberatoria sui possibili malanni in cui fosse incappata la mamma in quel periodo. Naturalmente non si faceva cenno, in quello scritto, al regime di ferro cui gli ospiti erano sottoposti e che la stessa Cesira, poche ore dopo che la figlia se ne era andata, comincerà a sperimentare. Non senza, prima, aver dato vita ad una scena di dolore quando la figlia la lasciò nelle mani di una infermiera, riuscendo perfino a farsi riempire gli occhi di lacrime. Che tuttavia non scesero.

 

Passarono appena due giorni che Caterina, affiancata da Giovanni al corrente di tutto, ricevette il messaggio col filmato di una inserviente particolarmente robusta che sgrida una vecchietta per l’incontinenza della notte e, prima che quella possa replicare, fa volare un manrovescio che avrebbe fatto male ad un robusto quarantenne. La vecchietta, col segno delle cinque dita sulla guancia, si mette a piangere fino a quando, intimata di smettere pena una seconda lezione, inizia a tirare via le lenzuola bagnate dal suo letto e a chiedere per favore di farle sapere dove avrebbe potuto trovare quelle nuove. Il tutto filmato col sonoro da Cesira che aveva studiato bene la postazione da cui avrebbe potuto  lavorare senza essere scoperta.

Un attimo dopo la notifica segnalò alla poliziotta l’arrivo di un nuovo messaggio di Cesira: “Domattina prima delle otto appostati qua fuori, possibilmente insieme a Giovanni. Ho deciso di bagnarlo io il letto stanotte. Se abbiamo fortuna la prendiamo sul fattaccio questa stronza! E ci sarà chi ne racconterà delle belle, credetemi”. Poi un’altra notifica e un altro messaggio. “Così vengo via anch’io da questo inferno! Sarebbe giusto per tutti invecchiare a casa propria!”.

Da questo ultimo messaggio Caterina e Giovanni capirono che la vecchietta aveva smosso non poco le acque là dentro, ma anche che non vedeva l’ora di tornarsene a casa. Cosa che successe la mattina dopo quando, entrati nella struttura con un mandato di perquisizione, i due coniugi fecero in tempo a fermare la mano di quella bestiona che intendeva punire Cesira per aver bagnato il letto. All’accorrere di un titolare della struttura che voleva limitare il danno all’errore di una dipendente, un coro di anziane si riversò verso i poliziotti indicando nel titolare stesso colui che più di una volta aveva assistito a simili scene di violenza senza alzare un dito, semmai incoraggiando le dipendenti a “dare una lezione” alle poverette che incappavano in qualche difficoltà.

“Abbiamo registrato tutto”, disse chiaramente Giovanni a quell’uomo che guardava con occhi spiritati le vecchiette che si affollavano intorno ai poliziotti a fornire la loro versione dei fatti. “Ora, o andiamo in  ufficio e sottoscrive una deposizione in cui ammette i suoi gravi errori, o ci pensiamo noi a consegnare il tutto al magistrato di turno”.

“Io confessare? Non ci penso nemmeno!”,rispose il titolare. Che evidentemente pensava di rintracciare qualcuno dei “santi in paradiso” che l’avevano coperto finora e cui certo non aveva fatto mancare la sua riconoscenza.

“Quando è così”, aggiunse Caterina, lisciandosi il pancione, “se la vedrà col Magistrato”. I due poliziotti attesero che Cesira mettesse nella borsa le poche cose che aveva portato con sé e, insieme, andarono a riprendere la macchina di servizio parcheggiata lì vicino.

La vecchietta, seduta dietro, si sorbì volentieri i tanti complimenti che i due giovani poliziotti le fecero. “Soprattutto quel filmato di ieri della donna che schiaffeggia la poveretta…sei stata fantastica!”, le dissero entrambi.

“Scusate” li interruppe dopo un po’ Cesira,”devo dirvi anch’io un paio di cose”. Giovanni, che guidava, la cercò nello specchietto. Caterina si girò quanto le permise il pancione per guardarla in faccia.

“Prima di tutto sia chiaro che io il letto l’ho bagnato…con l’acqua del rubinetto che ho messo nella bottiglia”, e qui scoppiò la risata di tutti e tre.

“E la seconda cosa è che voi siete tutti e due ospiti miei la prima sera che vi trovate liberi entrambi. E ci sarà anche mia figlia col marito e il nipotino! Così ti abitui ai bambini Caterina!”

La poliziotta le mandò un bacio con la mano, consapevole e felice del congedo che l’aspettava per la maternità. Un po’ preoccupata di come fare a rimanere poliziotta standosene a casa. Poi si aggiustò a sedere, prese la mano di Giovanni e pensò che in casa c’era chi l’avrebbe aggiornata sulla vita della Questura.

 

 

 

 

                                   

Renato Campinoti, Sesto Fiorentino 21 luglio 2018

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Sinossi
Come riuscire a scoprire e soprattutto denunciare i soprusi compiuti ai danni dei poveri anziani di una casa di riposo apparentemente normalissima? L'inventiva non manca certo a Caterina e alla sua amica Cesira, che questa volta la aiuta nell'indagine impegnandosi in prima persona nel ruolo di anziana fragile e indifesa...