Il paese dei coppoloni - Vinicio Capossela Recensione di Silvia Cioni

Questo romanzo multiforme, complesso e stratificato - il quarto di Vinicio Capossela, pubblicato nel 2015, ha alle spalle una gestazione di 17 anni e fa parte di un articolato progetto che comprende anche un film (Nel paese dei coppoloni, , uscito nel 2016) e un album musicale (Canzoni della Cupa, anche quello uscito nel 2016).

Scritto in un felice impasto di italiano e di dialetti meridionali che, a sorpresa, risulta assai comprensibile oltre che molto espressivo nonostante la densità del testo, il romanzo racconta un pellegrinaggio che il protagonista affronta in una strana terra satura di magia e di fantasmi, erede di tradizioni antichissime e colma di misteri e che è poi l'Irpinia dopo il terremoto del 1980 - non a caso la copertina riproduce un quadro di Rocco Briuolo (che è anche uno dei protagonisti, e anzi l'unico ad essere chiamato con nome e cognome, mentre tutti gli altri personaggi che affollano la vicenda sono indicati con il loro "stortonome", ovvero il nome con cui sono conosciuti nel loro paese) dedicato alla Relogia, un grande orologio che decora la facciata di un palazzo e che si è fermato nel momento in cui "si è fermato il tempo" con le prime scosse. Un mondo immobilizzato, ma che appare chiaro che stava comunque prosciugandosi e morendo già da prima, sotto gli assalti di una modernità che aveva lacerato antiche tradizioni, spogliato i paesi con l'emigrazione... ma anche sconfitto la fame e la miseria - perché i bei tempi andati non sempre sono così belli come amiamo ricordarceli, si sa.

Come in tutti i pellegrinaggi il protagonista è soprattutto alla ricerca di sé stesso, e alla domanda che gli viene rivolta infinite volte "Da dove venite? A chi appartenete? Cosa andate cercando?" ha difficoltà a rispondere, perché non sente di appartenere a nessuno. Durante il viaggio però finisce per guadagnarsi anche lui uno stortonome, incontra diverse persone che hanno conosciuto suo padre e gli viene suggerito di seguire la strada della musica - quella più tradizionale, dei matrimoni, delle feste e degli stornelli, una musica che è anche fatica, sudore e polvere (e vino e gazzosa e brasciole in quantità) e che affonda le sue radici lontano, molto lontano nel tempo, fino ai primi cortei bacchici.

Lungo il cammino molti saranno i musicisti che incrocerà (e che si troveranno in chiusura del libro in un grandioso concerto finale, che per qualcuno sarà l'ultimo) ma moltissimi anche saranno i custodi del passato (in qualche caso ancora vivi, almeno in apparenza, in qualche caso fantasmi notturni, in qualche caso chissà...) che gli racconteranno com'era la vita lí prima che il tempo si fermasse e il Contributo venisse a scardinare definitivamente il già precario equilibrio.

Libro magico e insieme antropologico, tra lupi mannari e fantasmi di muli, miti dionisiaci e relitti di 1100 Fiat e infinite Api Piaggio, questo romanzo davvero speciale presenta la cultura meridionale contadina da una angolatura ricca quanto originale.

 

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