Inoue Yasushi - Il fucile da caccia

Raffinatissimo nella struttura e irraccontabile nella trama, come ogni romanzo giapponese che si rispetti agli occhi di un lettore occidentale, questo romanzo breve (o racconto lungo, se così si preferisce) di notevole bellezza non ha affatto un fucile da caccia al centro della vicenda, né vi si parla di caccia se non, molto marginalmente, nelle primissime pagine.

L’autore, un poeta, rimane colpito dalla visione di un uomo che intravede casualmente mentre costui va a caccia e che gli ispira una poesia che con la caccia non c’entra molto, ma che azzarda una descrizione della personalità dell’uomo attraverso il suo aspetto.

La descrizione si rivela talmente efficace e azzeccata che a distanza di qualche tempo l’uomo, che casualmente ha letto la poesia, non ha difficoltà a riconoscervisi e decide di contattare il poeta (sia pure ammantato da uno pseudonimo, perché si tratta di un personaggio piuttosto importante nella vita pubblica); e perché il poeta possa meglio capire quel che ha solo intuito guidato dal suo istinto e da quel dono quasi divinatorio che è tipico dei poeti, decide di descriversi attraverso tre lettere indirizzategli in un momento chiave del loro rapporto da tre diverse donne, tutte e tre molto importanti per lui: una della nipote, che però è quasi una figlia adottiva, una della moglie e una dell’amante di tutta una vita.

Al termine della lettura delle tre lunghe lettere naturalmente agli occhi del lettore la figura dell’uomo risulterà più che mai più complessa ed elusiva, ma con un abile gioco di fondali che scivolano via per poi ricomporsi la scena sarà stata gradualmente sempre più occupata dall’amante, che nella lettera da lei scritta si occuperà non tanto di definire la sua (lunga e intensa) relazione col protagonista, quanto di analizzare e comprendere il senso stesso dell’amore e della vita, cercando di essere infine completamente vera, completamente sincera e mostrarsi per quel che davvero è - di fatto la più grande sfida con cui ognuno di noi possa misurarsi.

 

Questo racconto è l’opera prima che lanciò l’autore (già poeta e critico d’arte) nel panorama letterario giapponese nel 1949. In Italia arrivò solo dopo molti anni dopo, nel 2003, quando Adelphi si decise finalmente a pubblicarlo. Si legge in poche ore, massimo un pomeriggio, ma come sempre la prosa giapponese irta di dettagli e prodiga di pause descrittive apparentemente slegate dal contesto principale impongono un ritmo di lettura più denso e insieme più rilassato di quanto viene richiesto da una narrazione “all’occidentale”.

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