Jasvinde Sanghera - Il sentiero dei sogni luminosi - Recensione di Silvia Cioni

Jasvinde Sanghera - Il sentiero dei sogni luminosi

 

Che cosa sia saltato per la testa degli editori italiani quando hanno deciso di pubblicare il libro con questo titolo non è chiaro ad un comune mortale, perché un titolo dovrebbe aiutare il potenziale lettore a intuire il contenuto di un libro, non dargli una impressione falsa del suo contenuto. “Il sentiero dei sogni luminosi” fa pensare ad un bel romanzo d’amore, di quelli a lieto fine dove il sentimento prevale a dispetto di tutti gli ostacoli e i due innamorati vivranno per sempre felici e contenti.

Invece si tratta di un libro rigorosamente autobiografico (anche se qualche nome è stato alterato per discrezione) e parla assai più dei problemi prosaici della vita quotidiana che di passioni che superano ogni ostacolo; quanto a lieto fine, a modo suo c’è ma, come dire, non è strettamente collegato al solo aspetto sentimentale.

Il sobrio titolo originale è “Shame”, vergogna. E di vergogna si parla parecchio nel libro, dove in tanti sono pronti a rinfacciare all’autrice la vergogna che ha buttato addosso alla sua famiglia rifiutando un matrimonio combinato e scappando invece col suo ragazzo (per di più di casta inferiore!). Ma non è solo l’autrice da cui ci si aspetta che si vergogni, sembra chiaro che ogni donna indiana che non accetta un matrimonio combinato dalla famiglia e non ne sopporti le scomodissime conseguenze senza mai lamentarsi sia tenuta per contratto a vergognarsi moltissimo da mattina a sera e da sera a mattina.

 

Siamo in Inghilterra, negli anni 80 del secolo scorso. Le comunità asiatiche vivono nei loro quartieri asiatici all’interno delle città inglesi seguendo le consuetudini dei loro paesi di origine, come se lo stato di diritto inglese che li circonda fosse un ologramma. Le autorità inglesi non intervengono se non dietro esplicite denunce e solo molto lentamente (aiutate anche da associazioni come Karma Nirvana, fondata dalla stessa autrice e portata avanti con finanziamenti pubblici inglesi) ma l’opinione pubblica inglese comincia a prendere consapevolezza dei problemi delle giovani indiane cresciute al suo interno. Le giovinette asiatiche vivono seguendo le regole della loro comunità, di solito smettono prestissimo di studiare e verso i quindici anni vanno a fare un breve viaggio in India, Pakistan o Bangladesh dove si sposano con qualcuno scelto non tanto dalla loro famiglia quanto dai capi delle comunità asiatiche locali. Di solito i mariti hanno molti anni più della sposa, poca pazienza e una considerevole tendenza a ricorrere alla violenza domestica - e quando le spose trovano qualcosa da ridire viene loro spiegato dai parenti che devono tacere e sopportare per non essere causa di vergogna per la propria famiglia.

Jasvinde Sanghera, dopo avere visto le sue sorelle passare da questa scomoda trafila trova la forza di scappare, ma per lei (come per qualsiasi altra ragazza che provi a scegliere questa alternativa) ciò significa essere radiata per decenni dalla famiglia di origine, che addirittura arriva a raccontare che è morta, e da tutta la comunità asiatica della città. Lei e il fidanzato devono lasciare la città e i loro lavori precedenti e cominciare letteralmente da zero, ovvero dal sussidio di disoccupazione.

L’autrice racconta quei difficili inizi, la soddisfazione di ricostruirsi la vita e di trovare col tempo e con molto lavoro case all’inizio miserabili poi sempre più confortevoli, fino a fondare centri di ascolto e di assistenza per ragazze e donne straniere in difficoltà. 

E’ una storia affascinante e che offre molti spunti di riflessione sui temi molto attuali dell’integrazione, dell’emancipazione femminile e del multiculturalismo, ma descrive anche con estrema chiarezza il cammino di sofferenza necessaria ancora oggi per tante ragazze e donne in cerca di una vita dove sia legittimo cercare il benessere senza finire annegate nella vergogna.

 

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