Haruki Murakami - L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio, recensione di Silvia Cioni

Lo spunto della storia parte da un incubo relativamente comune tra gli adolescenti: cosa succederebbe se un giorno, di punto in bianco e senza preavviso, i tuoi più cari amici decidessero che non vogliono mai più avere a che fare con te?

Per l’appunto a Tsukuru succede proprio quello: al secondo anno di università i suoi quattro amici più cari, quelli con cui aveva stabilito un rapporto di profonda armonia, meravigliosa simbiosi, perfetta intimità, improvvisamente lo avvisano via telefono che hanno deciso di non volerlo mai più incontrare né parlarci, senza altra spiegazione che un vago accenno del tipo “dovresti saperlo, il perché”.

Tsukuru non osa insistere, anche perché qualcosa dentro di lui è convinto di conoscerla già, la risposta: i suoi quattro amici, così brillanti e ricchi di ogni qualità, si sono infine accorti di quanto lui, Tsukuru, sia invece vuoto e insignificante. Incolore.

Solo e abbandonato, il ragazzo piomba in una violenta depressione che lo porta vicinissimo alla morte. La morte però non arriva e, passati diversi mesi, Tsukuru riemerge dal gorgo, profondamente mutato nel fisico e soprattutto nel cuore. 

Lentamente riorganizza la sua vita, avvia nuove amicizie - niente di paragonabile tuttavia a quel che aveva creato con gli altri quattro spiriti eletti che per cinque anni gli avevano elargito la loro intimità - ma evita di crearsi dei veri legami, approfonditi e stabili e, per un motivo o per un altro (ma forse il motivo riusciamo a immaginarcelo benissimo?) non riesce a costruire nemmeno una relazione stabile con una donna. Lo ritroviamo a trentasei anni, con la vecchia ferita all’apparenza completamente cicatrizzata e quasi dimenticata, ma sostanzialmente solo. 

Gli anni di pellegrinaggio dell’incolore Tsukaru sono appunto quei sedici in cui il problema del trauma dell’abbandono è stato rimosso ma non superato. Ogni pellegrinaggio però deve giungere a compimento, e il suo è rimasto in sospeso. Nel momento in cui viene seriamente tentato ad avviare una relazione stabile che possa concludersi con un matrimonio, la sua fidanzata si accorge che qualcosa - qualcosa di impoprtante, che gli impedisce di vivere compiutamente i suoi sentimenti - non va, e lo incoraggia a cercare i suoi amici di un tempo per farsi dare infine quella spiegazione che all’epoca non ha avuto. Sarà la parte conclusiva del pellegrinaggio, che potrebbe portare alla guarigione delle vecchie ferite ancora aperte e avviarlo verso una nuova esistenza, più ricca e consapevole.

La strada però è lunga, tanto lunga da portare l’incolore Tsukaru fino ai margini del Circolo Polare Artico. A sorpresa, gli amici di un tempo si mostrano molto più disponibili di quel che pensava e già il primo non esita a fornirgli una spiegazione piuttosto convincente. Ma non sarà l’unica, perché Tsukaru scoprirà poi che quella spiegazione, anche se apparentemente accettata da tutti, era stata in realtà presa sul serio solo da alcuni di loro - ma anche loro col tempo avevano finito per convincersi della sua assurdità - e soprattutto che la situazione del gruppo era in realtà molto più complessa di quanto non avesse immaginato ai tempi in cui ne faceva parte…

Un romanzo, insomma, dedicato a quell’infinito mistero che è da sempre il cuore umano, ma anche alla capacità di decifrare l’ancor più grande mistero delle vicende della vita - una capacità, questa, che si acquisisce solo con gli anni.

Pubblicato nel 2013 in Giappone e tradotto in Italia da Einaudi nel 2014, il libro è a tutt’oggi il penultimo romanzo di Murakami.

 

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