Elizabeth J. Howard - Il tempo dell’attesa - Recensione di Silvia Cioni

Il secondo volume della saga dei Cazelet si apre un anno dopo la conclusione del primo, nel 1939, quando la guerra è stata appena dichiarata. Per un po’, tuttavia, non succede niente. 

Tutti, ragazzi compresi, vivono in una attesa inquieta ma anche molto operosa: la famiglia si raduna nella grande villa, da dove farà la spola verso Londra, la cuoca lavora moltissimo cominciando a barcamenarsi tra i frutti dell’orto, ingrandito per l’occasione, e le prime tessere annonarie, e la villa ospita anche una piccola scuola per infermiere. 

I ragazzi stanno crescendo e il loro mondo gradualmente si allarga. La generazione dei figli Cazelet comincia a sfumare sullo sfondo e il centro della narrazione si sposta verso le ragazze: la saggia ed equilibrata Polly, dotata di una singolare empatia, ma soprattutto Louise e Clary, la prima che cerca di realizzare il sogno di diventare attrice nonostante la sorda opposizione di tutta la famiglia, la seconda che si concentra sulla scrittura. Intorno a loro gli adulti coltivano i loro segreti e le loro preoccupazioni: amori più o meno legittimi, malattie inizialmente solo accennate…

Poi la guerra arriva per davvero, con tutta la forza d’impatto della interminabile battaglia di Londra. Si continua a vivere anche se pian piano tutto cambia intorno alla famiglia: gli uomini partono per il fronte o comunque si mettono al servizio del loro paese, le donne si perdono nelle più varie questioni domestiche, si impara a convivere con le uova in polvere e con la margarina al posto del burro. Ma si continua imperterriti ad andare a Londra per i più vari motivi, sempre e comunque, tra un bombardamento e l’altro. 

Chi è ammalato si opera e tutto sembra andare bene finché pian piano persino i ragazzi, per quanto persi nel loro mondo in costruzione, si accorgono che non va bene per niente. Chi è al fronte sparisce, ingoiato nella rotta di Dunkerque - sparisce, ma non è dato per morto. Non ancora, non con certezza… l’attesa è anche questo, un lento stillicidio senza notizie ma con un filo di speranza da coltivare, che tutti coltivano con pazienza, e una nuova vita in arrivo che per molto tempo tiene occupata chi è rimasta sola.  

Louise, costretta a convivere con i lati più oscuri della sua famiglia apparentemente molto rispettabile, si rifugia per un po’ nella vita sregolata e gioiosa degli artisti, ma nello stesso tempo avvia un rapporto molto promettente con un buon partito dall’apparenza assai affascinante; Polly impara a sopportare l’inevitabile, che si avvicina in modo sempre più evidente; Clary inganna un’attesa interminabile con lunghe lettere e un diario dove tiene il padre lontano al corrente di tutti gli avvenimenti di casa. E nella grande villa dei Cazalet arriva in convalescenza Archie, un caro amico di famiglia dotato di una speciale comprensione per l’animo umano, che si insedierà lì e finirà ben presto per diventare il confidente di tutti e di tutto.

Il libro si chiude sul Natale del 1941, quando la guerra sembra ormai destinata a durare in eterno e non si riesce nemmeno a immaginarsene la fine, su una nota di speranza: chi è malato sembra improvvisamente migliorare, chi è sparito manda una pallida traccia della sua esistenza in vita, un piccolo messaggio sbiadito che non dà garanzie di niente, ma che potrebbe, chissà, preludere ad un ritorno; ma anche con una nota di inquietudine legata all’attacco giapponese a Pearl Harbour, che tutti intuiscono essere un avvenimento importante ma che porterà inevitabilmente la guerra verso…

Già, verso cosa?

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