Mitsuyo Kakuta - La ragazza dell’altra riva - recensione di Silvia Cioni

Mitsuyo Kakuta  - La ragazza dell’altra riva

Come spesso succede nelle edizioni Neri Pozza la copertina, per quanto bella, non ha alcun rapporto con il contenuto. Lo stesso vale per la trama raccontata nel risvolto, che mostra solo una vaghissima attinenza con la storia effettivamente narrata.

Scritto nel 2007 ma tradotto da noi solo nel 2017, il romanzo presenta la caratteristica insolita di non avere una struttura alla giapponese, di quelle magari molto affascinanti ma che lasciano regolarmente il lettore occidentale assai spiazzato sull’orlo del non detto: per quanto indiscutibilmente giapponese dalla prima all’ultima riga, la storia viene narrata “all’occidentale”, con regolamentari flash back e un alternarsi di capitoli tra presente e passato che sono per noi ormai il modo più consueto per raccontare una storia.

Si tratta di una vicenda completamente al femminile che presenta un ritratto molto ben tratteggiato delle problematiche delle donne giapponesi: cosa succede una volta che sei felicemente (felicemente?) sposata, con regolamentare figliolanza, altrettanto regolamentare suocera che trova sempre da ridire e marito piuttosto opaco che un po’ borbotta e un po’ cerca di mediare? E cosa succede se invece rimandi il matrimonio o scegli, più o meno consapevolmente, di non sposarti?

Le protagoniste del romanzo sono due giovani donne: Sayoko e Aoi. 

Sayoko ha scelto la strada apparentemente più facile e si è sposata e riprodotta, ma fatica ad inserirsi nel ruolo che le spetterebbe anche come madre fra le altre madri: è più introversa del dovuto, si sente spesso fuori posto e anche la sua bambina sembra soffrire di difficoltà  simili. Decide infine di rimettersi a lavorare e finisce per approdare in una ditta di pulizie guidata da Aoi, più o meno sua coetanea ma non sposata.

Aoi sta a sua volta passando un momento critico, legato anche alle sorti della ditta, e  l’apparenza esuberante e ottimista nasconde un passato dove è stata pesantemente bullizzata, tanto da aver praticamente costretto la famiglia a cambiare città, e una giovinezza passata nel terrore di rivivere quell’esperienza, terrore che la porta ad appiattirsi in modo da non essere avversata da nessuna delle cerchie delle compagne. Nonostante tutto però da adolescente riesce a instaurare una vera e solida amicizia destinata a durare nel tempo con Nanako, unja ragazza estroversa e avventurosa quanto lei invece è schiva e paurosa.

Una parte del romanzo è dedicato appunto alla storia di questa amicizia e della sua evoluzione, mentre l’altra illustra le difficoltà sia di Aoi che di Sayoko nel gestire famiglie, ditte, matrimoni in bilico, lavori precari e colleghi serpenti che organizzano fronde per spiazzare la loro dirigente. La difficoltà di adattarsi al modello tradizionale giapponese previsto per la donna (ma anche quelle incontrate per staccarsene) vengono analizzate con chiarezza ma in modo apparentemente casuale, anche se si lascia capire che uno spiraglio che porti a una soluzione si riesce sempre a trovare, se lo si cerca con la giusta determinazione.

Come tutti i romanzi giapponesi, naturalmente, lascia in sospeso parecchie domande a tener compagnia al lettore.

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